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La formazione del clown al servizio della persona.
“Clown-terapia” e “Terapia del sorriso”: alcune precisazioni.
Alessandra Farneti
Il problema della formazione dei clowns è connesso alla definizione del profilo professionale.
Da tempo si auspica che venga ufficialmente riconosciuto e delineato nelle sue diverse potenzialità. Attualmente si tratta di una figura che si muove soprattutto nell’ambito del volontariato, con tutte le implicazioni positive e negative che ciò comporta.
Vi sono oggi migliaia di clown impegnati nel sociale dopo che il film su Pacth Adams, interpretato da Robin Williams, ha portato alla ribalta un tema presente già da tempo ma ancora sommerso.
La formazione è stata gestita per lo più da associazioni private, sorte a scopo benefico, che organizzano corsi e tirocini per chi sente il desiderio di dedicarsi, nel tempo libero, agli altri.
Una delle prime associazioni italiane ad occuparsi di questo tema è stata “Ridere per vivere” che, fin dagli anni ’90, si è impegnata a preparare a ad introdurre negli ospedali e nei contesti di sofferenza i cosiddetti “clown dottori”.
Scrivono Sonia Fioravanti e Leonardo Spina, fondatori dell’associazione: …“Il nostro modello formativo coniuga il versante artistico con quello psicologico-relazionale e con altre sponde ancora.
Dal versante artistico prendiamo le tecniche dell’improvvisazione teatrale. Mediante queste ci si allena in maniera efficace a valutare, in una relazione, con immediatezza, i fattori di campo”…(Fioravanti, Spina, 2006, pag. 87) e ancora: …“Il Clown Dottore è, secondo noi, un operatore socio-sanitario professionale che opera, attraverso le arti della clowneria (comicità, umorismo, prestidigitazione, burattini, musica, teatralità) e la metafora terapeutica per mutare segno alle emozioni negative delle persone con disagio sanitario e/o sociale”…(ibid. pag. 85)
Già da queste poche righe si intuisce che si tratta di un modello formativo molto complesso che si colloca in un’area intermedia fra diverse discipline che comportano, ciascuna, un lungo percorso didattico.
Parlare di figura professionale socio-sanitaria significa, da una parte, superare il volontariato e, dall’altra, dare per scontato che queste nuove figure professionali siano adeguatamente preparate per entrare in strutture complesse come gli ospedali o altre istituzioni.
Dato che, ad una stima approssimativa, sembra che siano circa cinquemila i volontari che operano nel settore, solo in Italia, urge che si arrivi presto alla definizione del percorso curricolare e degli sbocchi lavorativi perché, anche se non vogliamo mettere in dubbio qui la serietà delle varie associazioni delegate alla formazione, pur tuttavia sappiamo che esistono enormi differenze fra un’associazione e l’altra e che non vi è assolutamente un unico modo di intendere il profilo professionale né le motivazioni a tale impegno sociale.
Per qualcuno, infatti, basta un naso rosso, l’amore e il desiderio di aiutare il prossimo ad essere più “positivo e felice” per essere pronti ad entrare in contatto con la sofferenza; per altri è soprattutto importante la preparazione artistica; per altri ancora quella psicologica, in un caleidoscopio di buone intenzioni e di iniziative per realizzarle.
Non mi arrogo certo il diritto di dire parole definitive su questo tema così complesso e articolato: con molta umiltà e rispetto per chi si è speso e si spende con entusiasmo per gli altri, vorrei solo esprimere le mie riflessioni di psicologa per aprire un dibattito che dovrà protrarsi per lungo tempo prima di arrivare a qualche conclusione, seppur sempre provvisoria.
Come ho già più volte ribadito sia per iscritto che verbalmente, ogni volta che sono stata invitata a parlare di questo tema, ritengo che troppo spesso si affermi, con troppa leggerezza, che tutti possono fare i clown.
Da una parte, quindi si sottovaluta il fatto clown è un artista molto complesso con una formazione lunga e difficile, dall’altra si sostiene che occorre solo una predisposizione alla relazione, alla solarità, all’ottimismo, alla risata. E voglio sottolineare quanto possa essere azzardato, almeno nella mia prospettiva di psicologa, quel ”solo”: sarebbe come dire che si chiede solo di essere persone sane, felici, senza problemi di comunicazione, capaci di altruismo, per nulla narcisiste, dunque capaci di decentramento e di empatia.
Il che, dal mio punto di vista, se non è impossibile è molto difficile, anche per chi abbia seguito percorsi formativi lunghi e complessi.
Talvolta, poi, la “propensione alla relazione” viene semplicemente tradotta con la parola “amore”. Anche su questo mi sono già espressa ma intendo ribadire qui che dobbiamo essere molto accorti nell’abusare di un concetto di difficile definizione, che potrebbe essere facilmente fraintesa e portare a catastrofiche applicazioni. Voglio solo ricordare che anche i genitori più gravemente nevrotici e patogeni sono convinti di amare i loro figli: per esempio, le mamme con sindrome di Munchhausen uccidono i loro piccoli per le troppe cure! Può succedere che il cosiddetto amore sia un modo molto sottile e subdolo per autoaffermarsi o per sentirsi buoni o per nascondere la propria infelicità al confronto con quella di altri.
Naturalmente esiste anche l’amore vero e non sono certo io a disprezzarlo, ma mi sembra che, proprio perché è così fondamentale nella nostra vita, vada trattato con molto rispetto e riconosciuto nella sua rarità.
Se a questi problemi si aggiunge che queste persone, “predisposte alla relazione, alla solarità” e all’”amore”, dovranno lavorare in situazioni di grave o gravissima sofferenza, in contesti istituzionali rigidi e gerarchici, mi sembra che sia inevitabile ripensare con serietà non solo al destino di chi dovrà trarre beneficio dall’intervento di questi clown ma anche, e forse soprattutto, al destino degli stessi clowns o aspiranti clowns.
In questi anni mi è capitato spesso di essere consultata da giovani che, con entusiasmo si erano accostati al clowning, appoggiandosi a qualche associazione. Per loro l’esperienza era stata così negativa da portarli a vere e proprie crisi esistenziali e ad una forte sofferenza psichica.
Queste sono sommariamente le ragioni del mio impegno in questo campo, oltre naturalmente alle esperienze personali fatte col gruppo di Patch Adams in Siberia (Farneti, 2004)
Da tre anni a questa parte, in ambito universitario, ho diretto due Corsi di Alta Formazione per “clown al servizio della persona”. Al termine di questa prima interessante seppur difficile impresa, sento di dover comunicare i primi risultati, soprattutto per aprire un confronto con chi ha appena concluso o sta iniziando percorsi analoghi, come la professoressa Spadolini all’Università di Roma e il professor Catarsi a Firenze.
Fatte queste premesse cercherò di delineare sinteticamente la prospettiva teorica da cui siamo partiti, gli obiettivi che ci siamo proposti, quelli che abbiamo raggiunto e quelli falliti; gli strumenti che abbiamo utilizzato e quelli che avremmo dovuto sfruttare di più.
D’ora in poi userò il plurale perché il lavoro è stato condotto insieme a colleghi e agli allievi stessi: solo grazie al loro entusiasmo e alla loro preziosa collaborazione siamo riusciti ad arrivare al termine di un “viaggio” faticosissimo e pieno di imprevisti.
Le scoperte fatte, i luoghi inesplorati e le mete raggiunte ci incoraggiano a continuare, consapevoli di aver appena varcato la soglia di un mondo sconosciuto e talvolta pericoloso.
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